Edoardo Di Muro – Biografia

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Edoardo Di Muro, nasce a Cuneo nel 1944. All’inizio degli anni ‘70 si reca in Africa. In Angola entra in contatto con l’MPLA, il principale movimento di liberazione e di lotta contro il colonialismo portoghese, e poi con la SWAPO che si batte per l’indipendenza namibiana e realizza per loro dei manifesti. “Edo”, come viene soprannominato, soggiorna per quarant’anni in diversi paesi africani dove i suoi disegni sono oggetto di mostre ed esposizioni, a cominciare nel 1979 alla “Galerie 39” di Dakar in occasione della quale il presidente della Repubblica del Senegal, il poeta Léopold Sédar Senghor, lo riceve nel palazzo presidenziale e acquista una serie completa delle sue litografie. Espone in seguito a Parigi, Colonia, Stoccolma, Tokyo, Hong Kong, Houston; ha come promotori i Centri Culturali di Francia, Stati Uniti e Germania. Amico di Georges Wolinski, all’inizio degli anni ‘80 pubblica storie a fumetti in Charlie Hebdo e Pilote. Realizza illustrazioni per copertine di libri per gli scrittori Francis Bebey ed Aminata Sow Fall, e di dischi tra cui Waka Juju per Manu Dibango. Negli anni ‘90 sono stati pubblicati due cataloghi antologici in Francia, Afrique (Hatier, 1990), Afrique Capitales (Sépia, 1996). Negli anni Duemila torna in Italia. Muore a Cuneo nel 2022. Nel 2025 la sua intera produzione artistica, composta da oltre 700 disegni, è stata catalogata dalla figlia Mimina Di Muro, antropologa, Paola Bristot, storica dell’arte ed Elena Tubaro, fotografa.

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INTRODUZIONE DI MIMINA DI MURO:

Mio padre era pieno di vita, mordeva l’esistenza e sapeva fare proprio ogni istante del mondo circostante. Spinto da una fame insaziabile di autenticità, viveva “dentro” la realtà, quella africana, immergendosi nel connettivo pulsante della quotidianità e condividendo ogni esperienza con la gente. Eppure, per quanto ebbro di questa forte tensione, ha sempre custodito la propria integrità, anche nello stile: gli occhiali da vista, i pantaloni lunghi spesso di jeans e l’immancabile camicia arrotolata a tre quarti, con la matita infilata nel taschino. Con quella matita, Edo come lo chiamavano tutti, ha dato forma a una dimensione che era ormai diventata parte profonda di sé. Rifiutando qualsiasi compromesso, si è fatto amare e accettare per l’uomo che era. I suoi disegni, in fondo, gli somigliavano molto: riproducevano meticolosamente la realtà, ma nascondevano al loro interno un’anima astratta e libera, che non si è mai piegata alle convenzioni, come se volessero esprimere “l’astrattismo del reale”.

Al di là del legame affettivo, prendere in mano il lavoro di un’intera esistenza mi sembrava un’impresa immensa e spaventosa, vista la complessità che questo implicava. Superata la fase iniziale, mi sono accorta che mio padre sembrava aver sempre avuto in testa l’idea di lasciare un tracciato preciso ed eloquente della sua opera. È come se avesse seguito una bussola interiore, costruendo il lavoro di un’intera esistenza con la precisa intenzione di consegnarlo ai posteri.

Un uomo che sembrava aver trovato il modo di convivere con il caos apparente della vita, ma la cui opera, nella sua totalità, risponde in realtà a un rigoroso ordine. I suoi disegni non offrono solo una documentazione capillare sull’Africa, ma rivelano un filo conduttore invisibile, un’intenzione profonda che collega ogni illustrazione ai suoi spostamenti e ai viaggi che hanno scandito la vita della famiglia. Mio padre ha di fatto strutturato la sua opera secondo precise coordinate geografiche, storiche e antropologiche. Dietro ogni disegno, infatti, si trovano indicazioni esatte dei luoghi, la data di realizzazione e profonde annotazioni sul contesto culturale o sui dettagli architettonici di case e edifici. Altrettanto dettagliate erano le sue osservazioni sul paesaggio, sulle piante e sugli animali, una testimonianza limpida del suo immenso amore per la natura. Spesso dietro al disegno c’è persino il nome della persona ritratta. Questa è la riprova che non fossero semplici soggetti, ma persone, con cui aveva avuto uno scambio, un’amicizia, una relazione. Su alcuni fogli ha annotato persino l’indirizzo o il modo per rintracciare chi aveva di fronte, come se un giorno avesse avuto il proposito di tornare. E capitava davvero che ritornasse in quei luoghi, anche a distanza di tempo, per consegnare una litografia alla persona che aveva ritratto.

Tutto questo ha reso sorprendentemente naturale il lavoro, per quanto impegnativo, di catalogazione e di archiviazione degli oltre 700 disegni che ci ha lasciato e che sta a monte di questa mostra e del catalogo. È proprio come se avesse voluto lasciarci una traccia precisa, non trovo altra spiegazione, di fronte alla straordinaria lucidità che unisce le sue opere, pur nella loro complessità.

 

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